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Raga, forse ce l’ha con voi?

lunedì, 5 marzo 2012

Ridendo, ridendo … intanto però bastona!
Avete qualcosa da dirgli? Ma mi raccomando, niente insulti.

La proposta cinema/televisione: perchè rinunciare a una “e”

sabato, 24 ottobre 2009

Quando Serge Daney veniva invitato a partecipare a un convegno standard, tipo teatro e cinema, musica e cinema, cinema e storia, pittura e cinema, affermava che non può mai venir fuori niente di buono da un convegno in “e”. Nella pedagogia del cinema, i due “e” più frequentati sono quelli che associano il cinema alla letteratura e all’audiovisivo. La ”e” di “cinema e televisione” ha fatto da decenni molto più male che bene nel sistema educativo francese, poiché riposa su un’idea sostanzialmente difensiva: l’insegnante incaricato per il cinema avrebbe come missione principale quella di sviluppare lo spirito critico nei confronti della televisione. Niente da dire su questo, se non che un simile approccio critico alla televisione ha molto più a che fare logicamente con l’educazione civica che con quella artistica.
Quando ho cominciato a occuparmi del settore cinema nel progetto per l’arte nelle scuole [si tratta del PAC, progetto artistico cinema, coordinato dai due ministri della cultura e dell'Istruzione francesi, Jack Lang e Jean-François Chainteau, avente lo scopo di realizzare, in seno all'Education nationale, la politica definita dal Piano quinquennale per lo sviluppo delle arti e della cultura nelle scuole francesi a partire dal giugno del 2000], il sintagma stereotipato “cinema-e-audiovisivi” era più che mai in vigore al ministero come dappertutto in campo pedagogico. (…) Ho cercato di sopprimere la parola “audiovisivo” da tutto ciò che riguardava specificamente il cinema come arte (compreso quello che si vede in TV) e l’approccio critico alla televisione nella sua specificità.
L’idea che ingarbuglia le cose e impedisce oggi una serie riflessione sulla questione è la falsa evidenza secondo cui un approccio al cinema potrebbe fornire gli strumenti da armare contro la televisione. Ora, l’Immagine con la I maiuscola non esiste, se non come fantasma pedagogico dell’onnipotenza della risposta: sarebbe sufficiente sapere analizzare l’Immagine per essere capaci di analizzare tutte le immagini. Ahimé, l’arma assoluta è un’illusione (…)
Diciamo, per cominciare, che la televisione è solo un mobile e un supporto di diffusione. E’ strettamente impossibile classificare sotto la stessa etichetta tutto quello che viene diffuso. Bisogna dividerlo in due grandi blocchi. Quello che riguarda l’immaginario cinema (film, telefilm, documentari, pubblicità, clip) e che riprende i codici, i metodi di ripresa e di costruzione del cinema. E quello che fa parte, per dirla in due parole, dei dispositivi televisivi: varietà, ogni sorta di gioco da mentecatti, talk-show, telegiornali, dirette sportive, faccia a faccia politici. Se c’è un immaginario televisivo, riguarda esclusivamente la seconda categoria. Questi due tipi di produzione diffusi dalla televisione hanno in comune solo il mobile e la medesima situazione di ricezione ma fanno appello a due immaginari e due posizioni spettatoriali radicalmente differenti…
L’analisi più intelligente delle inquadrature e delle luci in Orson Welles o Jean Vigo non fornirà mai nessuno strumento adeguato allo studio di una di quelle trasmissioni nauseabonde (psico-show o reality-show) in cui ogni spettatore può essere, purtroppo per lui, eroe per un giorno. (…) Non vedo rigorosamente nessun interesse e nessun beneficio psicologico nel confondere gli approcci a questi due oggetti senza farne una mistura poco credibile come mettere insieme l’acqua con l’olio.
Lo “specificamente televisivo” è diventato oggi per la maggior parte, un puro incubo: set isterici, talk-show in cui nessuna parola “umana” ha più spazo, poveri anonimi robotizzati, umiliati e felici di esserlo sul set consensuale della più profonda stronzaggine, il buon umore lobotomizzato e il momento di emozione obbligatorio.
Bisogna veramente far posto, a scuola, a questa miseria? Si fa di più, per il bambino, mostrandogli un’inquadratura di Kiarostami che smontando per due ore non so quale sbobba televisiva…
tratto da: Alain Bergala, L’ipotesi cinema, Cineteca Bologna, 2008, pp. 45-48

Dambisa Moyo denuncia: Gli aiuti salvano i dittatori e condannano l’Africa

mercoledì, 27 maggio 2009

Un articolo che fa riflettere. E’ un po’ lungo ma ne vale la pena.
La prof.

EUGENIO OCCORSIO
«Gli aiuti occidentali all’ Africa hanno avuto il solo effetto di trasformare una terra già povera in una ancora più povera. Oggi il 50% degli africani vive con meno di un dollaro al giorno, vent’ anni fa la percentuale era la metà». Dambisa Moyo, 40 anni, nata e cresciuta a Lusaka, capitale dello Zambia, potrebbe essere la personificazione del riscatto di un continente: laureata in scienze politiche ad Harvard, PhD in finanza ad Oxford, economista prima alla Banca Mondiale e poi alla Goldman Sachs, è stata inserita dalla rivista Time (edizione dell’ 11 maggio) fra le cento most influential people del mondo a fianco di Barack Obama e Paul Krugman. (…) «In Zambia non potrei tornare. Ci vado quattro volte l’ anno, ho lì i miei genitori e tutta la famiglia, ma che lavoro andrei a fare?» E tutto questo, sostiene, è dovuto alla cornucopia di elemosine con cui il mondo industrializzato tiene al laccio l’ Africa. Ora ha scritto un libro, Dead Aid, che rovescia le posizioni del Live Aid: sostiene che gli aiuti fanno più male che bene all’ Africa. Infatti l’ hanno chiamata l’ antiBono. Ma che male fanno tutti questi artisti che raccolgono fondi per l’ Africa? In fondo sono soldi, e con i soldi si costruiscono scuole, ospedali, infrastrutture… «Guardi, tutte queste celebrities, Bono, Bob Geldorf, Angelina Jolie, Madonna, intanto si fanno una gran pubblicità a spese dell’ Africa. Poi hanno la pretesa di parlare a nome dei paesi africani nelle sedi internazionali, quando ognuno di questi paesi ha un suo governo che dovrebbe essere legittimato ad esprimere le istanze del paese che rappresenta. Ancora, fanno filtrare un messaggio eternamente negativo: l’ Africa è secondo loro solo un continente di guerre, malattie, sciagure di ogni tipo. Ora, non dico che la situazione è l’ opposto, figuriamoci, ma qualcosa di positivo accade pure. Infine, ed è il vero nodo, anche i fondi da loro raccolti finiscono in quel gran calderone di aiuti che è la vera sciagura dell’ Africa». Ecco il punto centrale: gli aiuti fanno male. Ma non è una contraddizione in termini? «Le rispondo con un fatto. Negli ultimi 60 anni sono stati erogati sussidi per oltre mille miliardi di dollari. Le sembra che questi siano serviti a migliorare le condizioni di vita del continente? La situazione non solo è peggiorata ma è affondata oltre ogni ragionevole limite. E questo è tanto più irritante se si pensa che il 60% degli africani, che sono più di un miliardo di persone, ha meno di 24 anni. È una gioventù immensa, che sarebbe piena di entusiasmi, di voglia di fare, di attivismo. E invece è calata in una realtà avvilente che non riesce ad uscire dal baratro». Qual è il meccanismo per cui gli aiuti si trasformano in un danno? «Il primo e più conosciuto è che finiscono nelle tasche di dittatori spregiudicati e sanguinari anziché essere distribuiti alla popolazione. Il solo Mobutu, presidente dello Zaire dal 1965 al 1997, ha rubato almeno 5 miliardi di dollari al suo paese. Ma gli esempi sono un’ infinità. Per restare a quelli più vicini a noi, il mese scorso il presidente del Malawi, Bakili Muluzi, è stato accusato di aver intascato 12 milioni di dollari di aiuti. E l’ ex presidente del mio paese, lo Zambia, Frederick Chiluba, che è stato un prediletto dall’ occidente per tutti gli anni della sua reggenza dal 1991 al 2001, è tuttora coinvolto in un caso giudiziario sotto l’ accusa di aver sottratto milioni di dollari alle strutture sanitarie ed educative cui erano destinati. E vogliamo parlare di Mugabe dello Zimbabwe, o di tanti altri dittatorelli sparsi in tutto il continente? Almeno per Mugabe gli aiuti sono congelati, ma per tutti gli altri continuano a fluire assolutamente senza controllo. Sono soldi dei contribuenti europei o americani: come diceva l’ economista ungherese Peter Bauer significa sottrarli dalle tasche dei poveri nei paesi ricchi per infilarli in quelle dei ricchi nei paesi poveri». La sua accusa però va ben oltre… «Anche astraendoci da questi casi perversi, gli aiuti determinano tutto un meccanismo che chiamerei di welfare. Ecco, l’ Africa è un continente sotto un regime di welfare. I governi sono demotivati dall’ assumere iniziative di vero sviluppo, di vera crescita del tessuto industriale, agricolo e dei servizi, perché sanno che comunque verranno rifinanziati presto dal generoso occidente. Pensano piuttosto a creare intanto degli eserciti forti perché fanno sempre comodo a chi è al potere, e poi delle strutture burocratiche ameboidi che hanno il solo scopo di conservare lo status quo, perché la condizione attuale è quella che più conviene: restare sottosviluppati perché così arriveranno presto altri aiuti, e poi altri e poi altri. I governanti perdono tutto il loro tempo a corteggiare i potenziali donatori, disinteressandosi delle vicende interne. È un circuito diabolico di assistenzialismo che toglie dignità, non serve alla crescita e occorre assolutamente spezzare». Ma come? Lei contempla nel suo libro l’ ipotesi di congelare per cinque anni tutti gli aiuti… «Sì, ma probabilmente sarebbe più realistico intraprendere un preciso scadenzario, e fissare paese per paese un giorno, cominciando ovviamente dai meno poveri, in cui gli aiuti cessano. Pensi all’ India: nel 2004 il governo chiese all’ occidente di smettere di inviare aiuti. Da quel momento il paese si è trasformato in uno dei più straordinari esempi di sviluppo del pianeta». Però non potrà negare che con gli aiuti si è riusciti a portare a scuola tanti bambini, e drammatiche malattie sono state sconfitte… «Ma infatti ci sono dei casi umanitari e di vere emergenze in cui gli aiuti servono, come d’ altronde in tutto il mondo. Ma questi sono una minima parte della valanga di flussi di denaro che investono l’ Africa senza costituire una piattaforma di sviluppo sostenibile di lungo termine. Io accuso soprattutto gli aiuti diretti da governo a governo. È diventato un immenso business dove ci guadagnano tutti tranne l’ Africa: le “benemerite” fondazioni americane, le multinazionali alimentari, le organizzazioni non governative». Anche le ONG? «Lo sa quanto dei fondi stanziati da queste organizzazioni finiscono realmente alle popolazione africane? Il 20%. Per non parlare dei meccanismi degli aiuti agroalimentari: i sussidi non vanno direttamente al paese ma alle multinazionali. Le quali con essi si pagano dei raccolti cresciuti in America e poi inviati via cargo in Africa. Ma non sarebbe più logico e infinitamente meno dispendioso sovvenzionare gli agricoltori africani perché crescano in loco frutta e cereali? E i meccanismi della politica agricola europea sono appena in parte diversi. Questo anziché benessere diffonde tensioni, rende i paesi vulnerabili sia sotto il profilo economico che della sicurezza: dall’ inizio dell’ anno ci sono stati già quattro colpi di stato, in Guinea, GuineaBissau, Mauritania e Madagascar». Insomma, quali suggerimenti darebbe a chi vuole genuinamente aiutare, non sussidiare, l’ Africa? «C’ è bisogno di investimenti veri, che alimentino attività produttive in loco e correnti di scambio paritarie. È quello che ha cominciato a fare la Cina, probabilmente perché avulsa da qualsiasi passato coloniale. Ci sono per esempio già quindici Borse valori in Africa, e lì dovrebbe intervenire l’ occidente, nell’ incentivare la nascita di nuovi mercati, non solo delle azioni ma delle obbligazioni. Poi andrebbero studiate e delle lineeguida per rendere attrattivi agli investimenti produttivi in queste terre, e se del caso finanziarli con tecniche di microfinance tipo quella della Gremeen Bank del Bangladesh. Oggi nella media dei paesi per intraprendere un’ attività ci vogliono due anni e decine di permessi. In America, i giorni sono 40. Ecco, qui e in tanti altri casi si deve lavorare insieme. Altro che aiuti a pioggia». (…)

Storia della fotografia sul web: Photomuse.org

domenica, 19 aprile 2009

Photomuse vive solo nel web e si propone come strumento di studio  e di ricerca intorno alla fotografia.

Il sito è suddiviso in quattro sezioni  “About”, “Search”,”Chronology” ed”Exhibitions” e, nonostante non tutti gli strumenti di ricerca interna siano al momento funzionanti,  è di facile navigazione ed utilizzo. Le sezione nominata “Chronology” è quella maggiormente degna di nota.  In questa pagina la storia della fotografia è organizzata in decadi (dal 1830- 1839 fino al 2000-2006). Cliccando sulla cornice temporale desiderata si apre una finestra in cui è possibile visualizzare per ogni anno di quel determinato decennio avvenimenti sul piano fotografico,  politico e sociale. Questa organizzazione del contenuto aiuta ad inserire la storia della fotografia nel contesto politico e sociale in cui i soggetti dell’epoca operavano e, benché piuttosto schematica, costituisce un importante spunto  riflessivo per ulteriori indagini ed approfondimenti.

La sezione “Exhibitions”  contiene invece immagini ed informazioni sulle mostre organizzate congiuntamente  nel tempo dall’ International Center of Photography e dalla George Eastman House e svolge per questo la doppia fuzione di archivio delle iniziative nate dalla collaborazione tra le due istituzoni e di spazio espositivo vero e proprio. Da rilevare che per alcune esposizioni è disponibile la brochure della mostra con ricchi riferimenti bibliografici.

www.photomuse.org

Bruna Orlandi

Car* student* della prima G … un po’ di coerenza.

sabato, 29 novembre 2008
 
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